Andrei e Giovanni

Andrei mi ha colpito sin da subito. Non era a suo agio mentre faceva la fila per fare la doccia qui in convento, ma allo stesso tempo non andava via, perché si notava che ci teneva ad essere ordinato e ben presentabile. Andrei è un signore dell’Est Europa, che a causa dell’emergenza sanitaria del Covid-19 ha perso il lavoro e si è trovato a vivere in una casa abbandonata.

L’ho avvicinato e abbiamo iniziato a conoscerci, con non poche difficoltà, sia perché era molto riservato, sia per le incomprensioni dovute alla lingua. Settimana dopo settimana, sono riuscito a creare con lui un rapporto stretto – cosa che purtroppo non succede con tutti i poveri che frequentano la Caritas diocesana – e, compresa la sua storia, siamo riusciti ad aiutarlo, mettendogli a disposizione una casa della diocesi di Mantova e facendogli avere la pensione di invalidità.

L’ho rivisto recentemente e mi è sembrata una persona rinata: un nuovo sorriso, un altro sguardo, occhi più accesi e più luminosi. Ci siamo messi a parlare e mi ha raccontato della sua passione per la lettura. Mi ha colpito, anche questa volta. E così sono andato in biblioteca e gli ho preso alcuni libri che speravo potessero piacergli. Era molto contento di questo gesto inaspettato!

Dopo qualche giorno è tornato per restituire i libri e mi ha detto grazie: “Non solo per i libri, fra Giuseppe, ma grazie perché mi hai ascoltato. Leggendo i libri mi sento meno solo, ma parlare con te è un’altra cosa”. Se ne è andato via sorridente, sempre con i suoi problemi, ma sicuramente più sereno.

È vero: credo che l’ascolto sia l’aiuto più grande che possiamo dare a tante delle persone che chiedono aiuto, perché dietro al bisogno primario e materiale – del cibo, una doccia, dei vestiti – si nasconde sempre un bisogno secondario, segno di altre fragilità a livello culturale e psicologico. È solo ascoltando e capendo qual è il vero bisogno che possiamo fare davvero qualcosa per essere vicini a queste persone che bussano alla porta del convento per chiedere aiuto.

A volte per me stare in mezzo a loro è difficile, continua a risultarmi amaro, a differenza di san Francesco che in mezzo ai lebbrosi aveva trovato la dolcezza. La difficoltà maggiore che incontro è la fatica a capire fino in fondo il mondo “parallelo” nel quale mi sembra che vivano, come con Giovanni, che vuole stare fuori da tutte le regole e piuttosto che adeguarsi a queste non viene più in mensa a mangiare.

Con lui non so bene cosa fare, ho provato a parlarci, ma mi sembra che non ci capiamo e allora, anche se non sono san Francesco – e si vede! – cerco comunque di stargli vicino. Siamo figli dello stesso Padre, siamo fratelli.

fr. Giuseppe

 

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