ALLA MENSA CANEPANOVA DI PAVIA, DOVE IL TEMPO DONATO DIVENTA FRATERNITÀ
Un servizio che si impara stando dentro
Alla Mensa Canepanova di Pavia ogni giorno arrivano tanti fratelli e sorelle che hanno fame e che portano sulle spalle il peso della stanchezza e dei giorni difficili vissuti per strada.
Ci sono poi volontari che scelgono di mettersi accanto a loro. Ada è una di queste persone.
Da dieci anni presta servizio alla mensa dei frati francescani, che poco alla volta è diventata parte della sua settimana e del suo modo di guardare gli altri.
“Quando fai una cosa da dentro, è molto diverso da quello che uno si aspetta”, racconta.
Da fuori si può pensare che una mensa sia soprattutto un luogo dove si distribuisce un pasto, nel silenzio e nella necessità di accontentare tutti nel modo più veloce possibile.
Chi ci vive dentro sa invece che quel pasto è solo l’inizio di un incontro. A tavola passa la vita delle persone: quella di chi è solo di passaggio e quella di chi resta, fino a diventare una presenza familiare nella quotidianità del servizio.
Imparare a non giudicare
Ada, in dieci anni, ha imparato che per servire davvero bisogna collaborare. Ci sono momenti in cui occorre fare un passo avanti e altri in cui bisogna fare un passo indietro, lasciando spazio, ascoltando, fidandosi anche del cammino degli altri.
Ha imparato soprattutto a non giudicare.
A volte vediamo solo un frammento: un volto provato, una richiesta, una difficoltà pratica. Dietro, però, c’è una storia intera, fatta di ferite, legami, paure, possibilità ancora aperte.
Anche Giuseppe, volontario ed ex dipendente nella logistica della grande distribuzione, lo dice con una domanda che rimane addoso: “Come fai a giudicare, se non sai nulla?”.
Non sapere tutto non impedisce di aiutare; anzi, chiede di farlo con più rispetto. Si può offrire un pasto, una parola, una mano per una pratica, una presenza affidabile, senza pretendere di possedere tutta la storia dell’altro.
Il desiderio più bello è che non debbano più venire
Chi serve nelle mense dei frati sa che l’accoglienza non ha come scopo quello di trattenere le persone nella loro fragilità. Ada lo dice con grande lucidità: “Tu vorresti che domani non venissero più qua”.
Ricorda una giovane donna indiana, laureata in ingegneria informatica a Pavia. Era stata trovata a Milano in condizioni di grande deperimento. Parlava pochissimo, mangiava poco, comunicava soprattutto in inglese. Nella sua storia c’erano zone d’ombra che non si è mai riusciti a comprendere fino in fondo.
In mensa ha trovato persone che hanno provato ad accompagnarla nei passaggi possibili: un alloggio tramite un’esperienza di cohousing, un corso per cercare lavoro, l’aiuto per ottenere i documenti necessari, il medico di base, una visita, un prelievo del sangue. Cose che, nella vita di chi ha una famiglia vicina e una rete solida, sembrano quasi normali; nella vita di una persona fragile, sola, con una lingua ancora incerta, possono diventare ostacoli altissimi.
Quello che rimane, però, è il modo in cui una comunità ha provato a non lasciarla sola, facendo ciò che era possibile, passo dopo passo, con quella carità concreta che non si accontenta.
SOSTIENI L’EMERGENZA CALDO
Nei giorni più caldi tutto diventa più faticoso per chi vive in strada o attraversa una situazione di grande precarietà. Il caldo non è solo fastidio: per chi non ha un luogo fresco dove ripararsi, per chi arriva già provato, per chi è anziano o fragile, può diventare un peso duro da portare.
Dona ora per garantire una doccia fresca, un cambio d’abito pulito e l’accoglienza di cui hanno bisogno.