Mungu akubariki – Il Signore ti benedica

Il medico di reparto mi consegna la richiesta di una ecografia urgente per una giovane donna ricoverata da poco. Mi reco nella stanza a tre letti e la malata occupa il terzo vicino alla parete.

Vedo Rehema, un viso dolce quasi di bambina, una pancia gonfia, le braccia e le gambe sottili e uno sguardo timoroso e intenso.

Accanto a lei il giovane marito che l’assiste con premura e apprensione.

Vengono da lontano, da un villaggio al confine con la Repubblica democratica del Congo. Da qualche giorno la madre ha dovuto smettere di allattare il figlio di otto mesi per il rapido peggioramento delle sue condizioni di salute.

Alziamo la malata dal letto perché si muove a fatica e la corichiamo sulla sedia a rotelle per raggiungere la stanza dell’ecografia.

Noto in lei qualche cosa di insolito tra i nostri malati. Di solito non manifestano le proprie emozioni, raccontano con poche parole in modo semplice e quasi distaccato i loro sintomi, non so se per pudore, per fierezza o per atavica sopportazione della sofferenza.

Rehema, pur non parlando, esprime con lo sguardo un senso timore e di paura, in attesa di una parola che la sollevi da un cattivo presentimento.

Eseguo l’esame in silenzio mentre il suo sguardo e quello del marito seguono con attenzione le immagini sullo schermo ovviamente senza comprenderne il significato.

Quello che è chiaro al medico, resta oscuro per loro.

La diagnosi purtroppo è infausta e non lascia dubbi: un tumore al fegato.

Prendo tempo prima di dare una risposta definitiva, parlo di una malattia del fegato e dico che aspetto l’esito di altri esami già in programma.

Mentre torniamo in reparto mi chiedono: “Non si può fare una operazione e portare via la parte malata?”. Nella cultura africana spesso la malattia è vista come un male, un guasto, che è entrato nel corpo e che bisogna “tirare fuori” per guarire.

Cerco di spiegare che in questo caso non è possibile. Mi rendo conto che le mie parole non sono quelle che si aspettano.

Il marito l’adora, farebbe di tutto per aiutarla, vorrebbe tornare a casa, vederla di nuovo allattare il figlio e vivere con lei guarita.

Dopo pochi giorni e un consulto con altri colleghi riconosciamo la nostra incapacità a curare la giovane madre e organizziamo il suo ritorno in famiglia con la prescrizione di una cura palliativa.

Prima di salutare Rehema stesa sul letto e il marito che le sta accanto consegno alla malata quasi di nascosto un aiuto per il ritorno a casa, un viaggio di due giorni su strade di terra battuta.

Lei con un sorriso sussurra: “Mungu akubariki – Dio ti benedica”.

La preghiera di augurio di una donna di venticinque anni che va a casa a morire e lasciare il marito vedovo e il figlio orfano, dà le vertigini e apre un abisso sul mistero della sofferenza e della malattia, sull’impotenza umana, sui limiti della medicina.

L’accompagno con lo sguardo nascondendo un forte senso di colpa e di vergogna per essere io in buona salute e trovo un po’ di sollievo al pensiero di continuare a prestare aiuto a i malati.

fr. Riccardo Rota Graziosi

Fra Riccardo

E' missionario in Tanzania nella parrocchia di Ikonda. Lavora in ospedale, in quanto medico, nel corso della settimana presso il Consolata Hospital e la domenica va nei villaggi della Parrocchia, sparsi per le montagna, per la celebrazione dell'Eurarestia.

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